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Nomine nel solco della riforma Rai: servizio pubblico sempre più assoggettato al governo

Ieri si è svolta l’audizione dei vertici Rai in commissione di vigilanza sulla questione offerta informativa del servizio pubblico. Non esiste alcun piano dell’informazione. È stato presentato uno schema embrionale di progetto. In diversi casi le slide delle linee guida erano riprese dal piano industriale che i vertici avevano già illustrato mesi fa. In estrema sintesi: una “pezza d’appoggio” per giustificare le nomine dei direttori dei tg varate oggi da Viale Mazzini.

Queste nomine chiudono un cerchio, realizzano pienamente il senso della riforma della Rai voluta dal Governo. Una riforma che anziché tagliare il cordone ombelicale tra politica e Rai, ha direttamente assoggettato la tv pubblica al potere esecutivo. Assetti della governance così critici per la democrazia esistono soltanto in Moldavia, Ungheria e Polonia.

Con questo blitz agostano i vertici Rai hanno dato prova di non essere indipendenti, non sono stati manager all’altezza del proprio compito. Non si gestisce così la principale azienda culturale del Paese, azienda che fa informazione e che è finanziata con il canone. Una mancanza di rispetto nei confronti dei cittadini e della missione di servizio pubblico che, così facendo, viene ulteriormente svilita.

Maggioranza e governo pensano di poter andare avanti con questi mezzucci, e di poter arrestare il cambiamento in atto nel Paese. Credono di poter prendere in giro le persone plasmando a proprio piacimento il racconto della realtà. Ma più fanno così, più sono destinati a perdere, referendum compreso. Perché il solco che hanno scavato tra loro e cittadini è enorme e gli unici a non essersene accorti sono proprio i partiti, il governo, il Pd. Saremo ovunque per spiegare le loro manovre. Saremo in piazza, in rete, come facciamo da sempre. Ogni loro tentativo è vano, il re è nudo

L’emendamento M5S (Liuzzi) per obbligare la Rai a rispettare il tetto agli stipendi

Voglio ricordare a Orfini e a quelli del Pd che ora si indignano per gli stipendi in Rai che la nostra portavoce Mirella Liuzzi durante la discussione della riforma aveva presentato un emendamento proprio per obbligare la Rai a stare nel tetto dei 240 mila euro.

Ci siamo battuti molto per quell’emendamento ma il Governo e la maggioranza risposero che “non era quella la sede adatta”. E il Pd votò contro. Allora abbiamo pensato di ripresentare quell’emendamento anche nella sede più “adatta”, cioè durante l’esame della legge di stabilità a dicembre. Risultato? Parere contrario del Governo. Ipocriti.
Ascoltate l’intervento della nostra Mirella Liuzzi durante la discussione della riforma e qui potete vedere chi votò a favore e contro quell’emendamento.

Una legge per cambiare i criteri di nomina dell’Agcom

Il pluralismo politico in Italia è sempre stato in pericolo e continuerà ad esserlo se non si avrà il coraggio di cambiare qualcosa nell’autorità preposta al suo controllo, ovvero l’Agcom.
L’Italia non è solo il Paese dove il servizio pubblico è alla mercé di partiti e governo (e con la riforma Renzi sarà sempre peggio), dove l’unico vero competitor nel settore fa capo all’ex presidente del consiglio Berlusconi, dove il passaggio al digitale terreste non ha determinato un’effettiva moltiplicazione di voci. È anche il Paese dove l’Authority che definisce le regole sul pluralismo nell’informazione, ne controlla il rispetto e infligge le eventuali sanzioni, presenta anomalie che non permettono di svolgere al meglio la propria funzione di garanzia.

I dati sul pluralismo sono sconfortanti, lo verifichiamo mensilmente: la Rai e altre emittenti sono schiacciate su governo e maggioranza e Mediaset fa da megafono alla sola voce del padrone.
Di fronte a un quadro drammatico e a ripetute infrazioni, l’Autorità garante non fa nulla. Si gira colpevolmente dall’altra parte, non intervenendo in alcun modo – neanche di fronte a violazioni eclatanti in campagna elettorale – o archiviando sistematicamente gli esposti. L’ultima archiviazione è quella relativa ai ricorsi presentati dal M5S che ripetutamente su alcune reti del Biscione ha avuto ZERO tempo di parola.

Una situazione insostenibile che si spiega soltanto se andiamo a vedere le modalità di nomina dell’Autorità e l’attuale composizione.
I commissari Agcom sono eletti dal Parlamento senza nessuna maggioranza qualificata. Ciò significa che l’organo di vertice ha un’evidente connotazione politica perché è il riflesso delle dinamiche parlamentari.
L’ultimo consiglio è stato eletto nel 2012 quando la maggioranza di Camera e Senato era nelle mani del Popolo della Libertà. Così due commissari risultano essere di chiara espressione di quel partito mentre gli altri sono stati scelti in base alla solita logica spartitoria. Così il gioco è presto svelato. Come può farsi garante del pluralismo un’autorità strutturata in questo modo, dove a valutare i ricorsi contro Mediaset è proprio un ex funzionario di Publitalia nonché tra i 26 promotori di Forza Italia, ex parlamentare di questo partito ed ex sottosegretario del governo Berlusconi?

Se devono esistere le autorità indipendenti, siano realmente di specchiata indipendenza. Per questo ho deciso di presentare una proposta di legge che modifica i criteri di nomina dei vertici dell’Agcom e che potrà fare da apripista per una riforma organica di tutte le authority.
È ora di voltare pagina.

Conferenza stampa su riforma Rai a Strasburgo

Domani sarò a Strasburgo insieme ai nostri europarlamentari per incontrare la stampa e discutere della riforma Rai. La Polonia ha approvato una legge sui media che ha, giustamente, suscitato indignazione in tutta Europa poiché potrebbe mettere a rischio il principio e gli equilibri democratici nel Paese. Nonostante alcune evidenti differenze, soprattutto legate al contesto politico, la riforma polacca presenta numerose analogie con la legge italiana che ha ridisegnato la governance del servizio pubblico. La più lampante, e più preoccupante, è la nomina dei vertici della televisione pubblica da parte del governo, un punto che noi abbiamo denunciato sin dal primo istante. La Commissione europea ha acceso un faro sulla Polonia. Noi chiediamo che l’attenzione delle istituzioni europee venga rivolta anche sulla nuova legislazione italiana, il cui impianto mina l’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo e quindi appare incompatibile con il principio della libertà di espressione sancito a livello europeo.
Ne parleremo domani in conferenza stampa (sarà trasmessa in streaming, ore 09.30) insieme a Isabella Adinolfi, Piernicola Pedicini  e David Borrelli.

La riforma Pd della Rai è antidemocratica. Parola del Pd

Nel Pd sono in evidente stato confusionale. Altrimenti non si spiegano le loro mille contraddizioni. Vediamo l’ultima. Secondo un’esponente di spicco del Partito Democratico, l’europarlamentare Silvia Costa, una riforma della televisione pubblica che preveda la nomina dei vertici direttamente da parte del Governo, è “un fatto gravissimo”. Talmente grave che il Parlamento Europeo non può non intervenire.

Vi ricorda qualcosa? La riforma di cui parla la Costa è quella che la Polonia ha pochi giorni fa approvato per riorganizzare il settore dei media. Ma somiglia moltissimo a quella voluta da Renzi per la Rai, che regala proprio al Governo la nomina diretta del super amministratore delegato della tv di Stato e la matematica certezza di controllare il cda dell’azienda. Due punti impensabili in una democrazia.

La riforma polacca ha suscitato indignazione in tutta Europa. La Commissione teme che calpesti i valori fondamentali del Vecchio continente. E l’EBU, l’associazione che riunisce i servizi pubblici europei, parla di duro colpo al principio di indipendenza con gli stessi argomenti utilizzati durante l’esame parlamentare della riforma Rai.
Non a caso il primo ministro polacco Beata Szydlo si è difesa dalle accuse affermando che la riforma è “praticamente basata sugli stessi principi della legislazione italiana quindi non c’è niente di diverso da quanto non sia stato già fatto”.

Ma torniamo alla Costa, che a Strasburgo è presidente della Commissione cultura. Per la parlamentare europea Pd la legge polacca “di fatto assicura al presidente Andrzey Duda il controllo quasi totale dell’informazione pubblica”. Ed è per questo che esorta i colleghi a presentare “una risoluzione del Parlamento europeo”. “È un fatto gravissimo – ha aggiunto – che sia stata annullata la procedura che affidava all’Authority indipendente la nomina dei vertici Tv e Radio pubblici polacchi”.

Delle due, l’una: o la Costa, con queste dichiarazioni, intende più o meno velatamente criticare l’operato del suo partito che ha di fatto “regalato” all’Italia una Rai emanazione e megafono del Governo. Oppure non ha letto il testo della legge renziana approvata a dicembre, a cui il M5S si è duramente opposto.

Nel primo caso avrebbe dovuto lanciare l’allarme quando il suo partito ha deciso di licenziare una riforma che avrà ripercussioni gravissime sugli equilibri democratici nel nostro Paese. Nel secondo può farsi inviare il testo della riforma dai suoi compagni di partito ed esortare i colleghi europei a preparare una seconda risoluzione anche per l’Italia.

Noi e i nostri portavoce al Parlamento europeo faremo ogni sforzo per far dichiarare alle istituzioni competenti l’incompatibilità di questa vergognosa riforma con i più basilari principi della democrazia.

Non arretriamo di un millimetro.

La riforma Rai di Renzi? Una Gasparri 2.0

Non esiste nessuna riforma della Rai. Quella approvata poco fa al Senato è una Gasparri 2.0. È la peggiore legge che si potesse congegnare per il servizio pubblico.

Renzi vuole una Rai legata a doppio filo al potere esecutivo con la nomina dell’amministratore delegato da parte dello stesso governo.
In qualunque democrazia sarebbe impensabile.

Una Rai fortemente lottizzata dai partiti che avranno ancora voce in capitolo nella scelta dei vertici e continueranno a spartirsi incarichi e poltrone.
L’indipendenza dell’azienda dalla politica sarà, così, sempre più fragile.

Una Rai guidata da un uomo solo al comando. Un sistema molto caro al presidente del consiglio, che riflette una concezione del potere che respingiamo totalmente.

Tutto questo significa non volere il meglio per il futuro dell’azienda e del Paese, ma considerare la televisione pubblica, finanziata dai cittadini, come una proprietà di cui disporre a proprio uso e consumo per accentrare e consolidare potere.

In pericolo ci sono il pluralismo e la libertà di informazione con gravi conseguenze per gli equilibri democratici.

Quando al governo ci sarà il Movimento 5 Stelle, e succederà presto, smantelleremo questo sistema punto per punto. E lo sostituiremo con procedure pubbliche e trasparenti, cristalline, con selezioni fatte per merito, competenza, indiscutibile indipendenza; con una vera riforma della governance che permetta alla Rai di offrire il servizio pubblico che il nostro Paese merita e che spezzi in modo definitivo il rapporto malsano che finora l’ha legata alla politica.

Una Rai, finalmente, al servizio dei cittadini.

Rai, maggioranza non permette il voto definitivo sulla riforma di Renzi

È incredibile! Per due volte al Senato è mancato il numero legale e il voto finale sulla Rai slitta alla prossima settimana. Per i parlamentari già dal giovedì inizia il weekend e niente riesce a trattenerli in Aula a lavorare, neppure la pseudo riforma della televisione pubblica tanto cara a Renzi.
Se neanche la maggioranza si preoccupa di assicurare il numero legale, questo la dice lunga sulla qualità della legge!
Ecco come si sprecano i soldi pubblici. Il weekend è il weekend. Che vergogna!

Ps. Questa è la dichiarazione di voto finale del M5S sulla riforma della Rai. Intervento del senatore Alberto Airola

No alle deroghe per gli appalti Rai

Da due anni in commissione di Vigilanza teniamo i riflettori puntati sugli appalti Rai. Abbiamo chiesto atti e documenti e adottato ogni tipo di iniziativa parlamentare per vederci chiaro.

Il settore degli appalti in Italia è delicatissimo: lo vediamo quotidianamente con gli scandali che coinvolgono ogni comparto pubblico, inclusa la Rai.

Ma cosa hanno deciso di fare il governo e il Pd di fronte a questa situazione? Hanno ben pensato di prevedere deroghe al codice degli appalti per la televisione pubblica, riservando all’azienda un trattamento speciale inspiegabile vista la natura giuridica della Rai e la sua missione.

Occorre stralciare dal ddl Rai quelle norme. Non si forniscano assist a corruzione e malaffare. Chiediamo all’esecutivo e alla maggioranza un atto di responsabilità.

Governo e maggioranza irresponsabili su deroghe per gli appalti Rai

fondi neri rai

È stata la nostra battaglia dal primo giorno. Sugli appalti la Rai deve fare trasparenza ed è intollerabile che la maggioranza e il governo con la riforma Rai forniscano all’azienda strumenti per favorire ancora di più opacità e episodi di corruzione.

Le indagini delle Fiamme Gialle sulle società dei fratelli Biancifiori e sul giro di mazzette pagate ai dirigenti Rai (e non solo) per ottenere il monopolio delle forniture tecniche ci sta dando ragione su tutta linea.

I due imprenditori elargivano regali, pagavano bustarelle o vacanze in resort di lusso, assicuravano assunzioni di amici ai funzionari della televisione pubblica per aggiudicarsi gli appalti. Si parla di fatture false per 38 milioni di euro solo negli ultimi tre anni per truccare a proprio vantaggio il sistema.

L’aspetto gravissimo è che la Rai ha tenuto nascosti alla procura tutti i dossier sugli audit interni, ovvero sulle verifiche fatte internamente all’azienda che già mettevano nero su bianco una serie di anomalie nell’assegnazione delle commesse. I dirigenti non hanno segnalato nulla coprendo così un sistema corrotto che riguarda trasmissioni di punta come UnoMattina, Linea Verde, Virus, il Festival di Sanremo e anche le amministrazioni di alcune sedi regionali. Agli inquirenti, che ne avevano fatto richiesta quando avevano saputo dell’esistenza di quei documenti, non è mai stato consegnato nulla. Gli investigatori hanno dovuto bussare alla porta di Viale Mazzini muniti di un decreto del pm per raccogliere la documentazione.

L’esecutivo e il Pd hanno agito in modo irresponsabile prevedendo nel ddl Rai tutta una serie di deroghe speciali al Codice degli appalti che possono solamente peggiorare una situazione già compromessa, come testimoniano le cronache di questi giorni.

Queste norme devono essere interamente stralciate dalla legge. La risposta della politica deve consistere nel garantire legalità e trasparenza con regole chiare e precise, esattamente l’opposto di quello che hanno fatto governo e maggioranza con il ddl di riforma Rai.

Il disegno del governo per la Rai

Il modo in cui il governo sta portando avanti la riforma della governance Rai è emblematico: mesi di chiacchiere, conferenze stampa, tweet per far credere ai cittadini di voler allontanare finalmente la politica dalla Rai. Poi arrivano i fatti a smentire le promesse annunciate. Nulla cambia rispetto al sistema precedente previsto dalla legge Gasparri. Anzi, se possibile, si peggiora.

Prima erano i partiti a scegliere gran parte dei membri del consiglio di amministrazione Rai. Adesso sarà lo stesso con l’aggravante che l’amministratore delegato Rai sarà designato direttamente dal governo. Una legislazione di questo tipo non ha pari in Europa. Dobbiamo riflettere su questo punto: in un Paese democratico deve essere tutelata senza se e senza ma l’indipendenza del servizio pubblico, soprattutto dal potere esecutivo. La legge voluta da Renzi va nella direzione opposta. È l’ennesima presa in giro ai danni di tutto il Paese.

Renzi ha bisogno della televisione. Ha fatto in modo di nominare nel cda personaggi come il suo spin doctor e l’assistente di un parlamentare del proprio partito; ha posizionato ai vertici della tv pubblica come direttore generale uno degli animatori della propria convention, la Leopolda; e ora, con la riforma in discussione alla Camera, si appresta ad accentuare il peso del governo in Rai.

È un disegno chiarissimo che prevede, tra l’altro, l’ampliamento dei poteri del nuovo dg Campo Dall’Orto. Il premier gli ha promesso carta bianca e funzioni più estese rispetto a quelle attualmente previste. Ed è solo ed esclusivamente per questo motivo che la maggioranza ha deciso di premere l’acceleratore alla Camera e stroncare il dibattito parlamentare, prima in Commissione, ora in Aula: tempi contingentati e riduzione all’osso degli emendamenti dell’opposizione. Al direttore generale servono poteri e funzioni più ampi entro novembre: la campagna elettorale si avvicina e bisogna far presto.

Questo è il modo scelto dalla maggioranza per discutere del futuro del servizio pubblico radiotelevisivo, che, ricordiamolo, è materia del Parlamento. Il loro fine non è mai generale ma sempre di parte: l’interesse da tutelare non è quello dei cittadini, ma quello dei partiti. È la conservazione del proprio apparato di potere. L’obiettivo non è contribuire a rendere il servizio pubblico il principale alleato dei cittadini assicurando programmazione di qualità, informazione indipendente e pluralismo di voci e opinioni, ma garantire a Renzi il proprio ufficio di propaganda per plasmare il racconto del Paese a suo piacimento.

A questo disegno noi ci opporremo con tutta la nostra forza.

ps. dalle 12:00 inizieranno le votazioni in Aula sulla riforma Rai. Seguite i lavori sulla webtv della Camera dei Deputati.