Una riflessione sul tema dell’immigrazione

Sul tema dell’immigrazione l’Europa ha dato e sta dando il peggio di sé. Non solo perché non appare in grado di agire come una comunità, ma soprattutto perché è arrivata a negare i principi fondamentali su cui in teoria sarebbe fondata.

Il tema dell’immigrazione è serio e complesso, e si deve affrontare con politiche lungimiranti, non con soluzioni superficiali, di breve durata o addirittura disumane.

Mi indigna il fatto che l’Europa, un anno fa, per bloccare il flusso dei migranti abbia dato 3 miliardi di euro a un Paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati e dove sono note le violazioni dei diritti umani ai danni dei siriani e di altre popolazioni. Mi riferisco all’accordo con Erdogan affinché la Turchia bloccasse i migranti in fuga dalla Siria, dal Pakistan, dall’Afghanistan, e che magari avrebbero diritto proprio a quella protezione che gli Stati europei si sono impegnati a garantire nelle Convenzioni che hanno firmato, nelle Costituzioni che si sono dati.

Contro tutte le regole giuridiche che noi stessi abbiamo creato e sottoscritto, la parola chiave è diventata “respingere”. La stessa aberrante logica – semplificando, la logica dell’occhio non vede, cuore non duole – la si vuole ora applicare in Libia, riconsegnando migliaia di persone ai centri di detenzione in mano alle milizie. Veri e propri centri di tortura, come è stato documentato anche ieri nel reportage di Domenico Quirico sulla Stampa, che ci lascia atterriti, senza parole.

Il nostro compito è quello di rifiutare queste aberrazioni per ricercare soluzioni lungimiranti. Ripensare le procedure di richiesta d’asilo, farci promotori di un aggiornamento del senso stesso della parola “rifugiato”, che oggi è collegato alle persecuzioni per motivi di razza, religione, opinioni politiche ma che dovrebbe riguardare anche i rifugiati ambientali, cioè coloro che non hanno più mezzi per vivere a causa di fenomeni come la desertificazione, la deforestazione, la carenza di acqua o altri disastri ambientali che pregiudicano la loro salute.

Occorre inoltre un’assunzione di responsabilità da parte dell’Europa nella sua totalità. Francia e Spagna non possono pensare di chiudere i porti. Da questa crisi l’Europa esce soltanto come comunità, attraverso la cooperazione e la stabilizzazione nei luoghi di crisi ma anche prevedendo quote proporzionate vere. Ovvero attraverso un modo equilibrato e serio di gestire i flussi, vivendo questi ultimi anche come un’opportunità e facendo dell’accoglienza ben gestita, non dei respingimenti, la propria cifra, il proprio faro.

È di questo che si dovrebbe parlare, non mettere al centro il dibattito sulle ONG che oggi sembrano essere considerate quasi le responsabili dei flussi migratori. Se una di loro avesse agito non rispettando le norme internazionali e interne, sarà la magistratura ad accertarlo.

Il primo a cavalcare questa falsa rappresentazione della realtà è il Governo, con Gentiloni che da mero esecutore si presta a diffondere bufale come quella per cui l’85 per cento dei migranti sarebbe costituito da “migranti economici”. Cifre sparate a caso – gli studi scientifici, come quello della Middlesex University commissionato dal Consiglio per le ricerche economiche e sociali britannico, dicono infatti tutt’altro – perché la maggior parte di queste persone fugge da condizioni di vita subumane, persecuzioni, stupri, torture, e proprio per questo il diritto internazionale e le Costituzioni democratiche riconoscono loro il diritto di essere accolte o protette in varie forme.

Ora, se tutta l’Europa, senza eccezioni, è chiamata a questa sfida, ripensando radicalmente e collettivamente il suo modo di agire, dobbiamo essere comunque orgogliosi di quello che l’Italia ha fatto fino a oggi. Perché ci siamo fatti carico di una responsabilità enorme, e abbiamo dato a tutta l’Europa una grande lezione di accoglienza, civiltà e umanità.

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