Archivi del mese: settembre 2015

Nessuna deroga per gli appalti RAI

Durante l’esame della riforma Rai al Senato ci siamo battuti per inserire norme in grado di garantire la totale trasparenza degli appalti. Il modo in cui vengono gestite le risorse del servizio pubblico radiotelevisivo, pagato dai cittadini, è infatti un tema cruciale, anche alla luce degli scandali che hanno coinvolto la Rai e che hanno portato, in alcuni casi, a indagini da parte della magistratura.

Ma cosa ha preferito fare il Governo? Anziché prevedere più controlli e più trasparenza, ha deciso di ampliare il numero di appalti che la Rai può affidare liberamente, senza bando pubblico. Tra questi, gli appalti di “commercializzazione di programmi radiotelevisivi”, come ad annunciare che la Rai potrà affidare a una società esterna questa attività, nonostante abbia già una struttura apposita.

Ma c’è un aspetto ancora più grave e inquietante. Il Codice degli appalti già consente alla Rai di affidare alcuni lavori e servizi direttamente, soltanto che, in questi casi, l’azienda è comunque tenuta al rispetto di precisi obblighi procedurali e principi quali l’economicità, l’efficacia, l’imparzialità, la trasparenza.

Bene, nel testo approvato dal Senato a fine luglio, con il colpo di mano del Governo, questi obblighi sono stati eliminati. In sostanza viene introdotto per Rai un regime speciale, un mostruoso regime derogatorio in base al quale l’azienda pubblica potrà affidare decine e decine di appalti senza alcuna trasparenza, imparzialità nella scelta del contraente e limiti economici. Non c’è alcuna giustificazione a tutto questo. Anche gli uffici della Camera dei deputati lanciano l’allarme e suggeriscono di “verificare gli effetti” di questo regime speciale.

La nuova “governance” con il super amministratore delegato nominato dal Governo e gli appalti gestiti in deroga a qualunque principio hanno un minimo comune denominatore: l’idea che il servizio pubblico radiotelevisivo sia un feudo del potere esecutivo, con un uomo solo al comando, nel quale trasparenza e procedure sono visti come un impaccio, non come una garanzia. È questa, più in generale, la loro idea della cosa pubblica e delle istituzioni democratiche.

Noi non ci stiamo e daremo battaglia in commissione affinché sia le regole sulla governance sia quelle sugli appalti siano radicalmente modificate.

Io sto con Erri De Luca

Ascoltate Erri De Luca che parla della sua condizione, del processo che sta affrontando, del rapporto con gli avvocati (che vorrebbero chiedere le attenuanti generiche in caso di condanna e lui si è opposto), dell’eccessiva “prudenza” dei giornalisti italiani, spesso troppo leali con i loro datori di lavoro e poco con i propri lettori. Parla della Tav, della follia del progetto e, poi, ancora del lavoro degli operai e delle forze dell’ordine che respirano amianto, dell’incolumità dei cittadini. Intervento di grande intensità.
Non si processa la libertà di pensiero, non si processa la parola contraria.

Io sto con Erri De Luca.

Sul futuro dei talk show

Dopo non essersi fatto sfuggire nessuna occasione per presenziare in ogni sorta di talk show, Renzi ha deciso di lanciarsi in una campagna anti talk che sorprende, visto il soggetto che la avanza e la tempistica. Soprattutto in periodi di campagna elettorale, quando la presenza in tv di rappresentanti di governo andrebbe ridimensionata, Renzi è andato ovunque, non facendo grandi distinzioni tra programmi di approfondimento o di intrattenimento e costume, proponendosi ai cittadini nella doppia veste di presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico. Con buona pace di qualsiasi principio di par condicio. Ora si scaglia contro programmi e conduttori. Perché, secondo voi? Lo fa nell’interesse dei cittadini e per spingere verso un innalzamento della qualità del servizio pubblico o è per un puro interesse di parte, per controllare quel racconto e utilizzarlo a proprio piacimento? C’è chi si comporta con disonestà intellettuale, come fa Renzi, e c’è chi, invece, come il Movimento 5 Stelle, da anni ha aperto una riflessione su quello che è diventata l’informazione nel nostro Paese. In particolare per la televisione è evidente come i talk siano diventati sempre più luoghi di spettacolarizzazione della politica e della cronaca e sempre meno programmi di informazione e approfondimento. Lo denunciamo da anni e anche per questo abbiamo sempre avuto un atteggiamento cauto nei loro confronti.

Il problema non sono i programmi o i conduttori e meno che mai la presenza e il trattamento riservato al Movimento. Sul tavolo c’è qualcosa di ben più importante che interessa tutti i cittadini e la democrazia: è l’idea stessa di informazione. Soprattutto quando si tratta del servizio pubblico che non deve rincorrere le logiche delle tv commerciali e barattare la qualità con punti di audience.

Ciò che serve ai cittadini è un servizio pubblico che restituisca uno sguardo obiettivo e variegato sul nostro Paese costruendo spazi di informazione e confronto in cui venga tutelato il pluralismo politico nel suo significato più ampio, che non si identifica in alcun modo con il mero pluralismo partitico: tanti movimenti, realtà territoriali, associazioni devono trovare sempre più voce nel racconto che la tv pubblica deve fare del nostro Paese.
Renzi, “fatte accattà a chi nun te sape” (tradotto: lasciati comprare da chi non ti conosce).

Nuove leggi sull’informazione – il Fatto Quotidiano 19/09/2015

Di fronte ai dati allarmanti sul pluralismo politico nei tg, l’Agcom non ha fatto e non fa nulla per invertire la tendenza. Eppure ha i poteri per intervenire stabilendo sanzioni e obbligando le emittenti televisive a riequilibrare la presenza delle forze politiche nei telegiornali. I membri dell’Autorità dovrebbero dimettersi ma sia le modalità con cui vengono nominati sia le norme relative alla par condicio andrebbero cambiate e aggiornate nel loro complesso. Ne va del pluralismo e della libertà di informazione. E quindi della democrazia.

La mia intervista al Fatto Quotidiano.

Fatto Quotidiano_settembre 2015_intervista Roberto Fico

Riforma RAI, dove eravamo rimasti?

Mirella Liuzzi - Roberto Fico - Alberto Airola

Prima della pausa estiva il Senato ha approvato la riforma Rai voluta da Renzi, una legge, se possibile, peggiore della stessa Gasparri perché consegna il controllo della televisione pubblica al governo. Come? Facendo in modo che i vertici Rai siano espressione della maggioranza e dell’esecutivo: il presidente del Consiglio individua l’amministratore delegato (che rispetto al passato potrà avere poteri molto più ampi); il Parlamento, eletto sulla base di un premio di maggioranza abnorme, elegge 4 consiglieri mentre il consiglio dei ministri ne designa altri due. In questo modo addio indipendenza del servizio pubblico, unico obiettivo che una vera riforma della governance Rai dovrebbe invece perseguire. Pensate che gli unici Paesi in cui i vertici della società che gestisce la televisione pubblica sono nominati dal Governo sono Ungheria e Moldavia, i quali proprio per questa ragione sono stati oggetto di richiami a livello europeo.

Per questo la riforma va cambiata totalmente.

Adesso il provvedimento è passato alla Camera. Sto seguendo personalmente l’iter partecipando ai lavori delle commissioni Cultura e Trasporti. Con i miei colleghi daremo battaglia.
Avanti tutta!

Indagata per voto di scambio la presidente dell’Antimafia Campania

indagine Paolino antimafia campania Ecco l’esempio perfetto per spiegare perché la “riforma” del Senato voluta da Renzi è pericolosissima.
Monica Paolino, Forza Italia, è consigliere regionale della Campania. È stata scelta per occupare la poltrona di Presidente della Commissione antimafia del Consiglio regionale della Campania (Commissione speciale anticamorra e beni confiscati). La Direzione investigativa antimafia e i carabinieri hanno perquisito oggi la sua casa a Scafati nonché il suo ufficio nella sede della Regione Campania a Napoli, perché risulterebbe indagata per voto di scambio politico elettorale di tipo mafioso. La persona giusta al posto giusto! Se fosse in vigore il ddl Boschi e la Paolini fosse tra i consiglieri regionali chiamati a comporre il nuovo Senato, godrebbe dell’immunità. Queste potrebbero essere le conseguenze paradossali della pseudo riforma costituzionale.

ps. i consiglieri regionali M5S della Campania hanno appena richiesto le dimissioni immediate della Paolino.

Che fine ha fatto il pluralismo politico nel nostro Paese?

open_tg_giugno-agosto-2015

I dati di Open Tg da giugno ad agosto sono allarmanti [da oggi, potete consultarli qui]. Rispetto all’ultimo trimestre analizzato prima della pausa estiva, la situazione non accenna a migliorare.

Nei notiziari Mediaset è precluso il diritto di ogni cittadino ad essere informato, dal momento che alcune forze politiche sono state letteralmente cancellate (al Movimento, per citare un esempio, è stato attribuito il 3% e lo 0% nei mesi di giugno e luglio, rispettivamente da parte del Tg4 e di Studio Aperto), mentre Forza Italia raggiunge livelli di presenza inconcepibili sfiorando anche il 71%. Soltanto il Tg5 tende a salvaguardare un equilibrio, ma esclusivamente tra Pd e Forza Italia.

Negativa la situazione del servizio pubblico, dove, al di là della disparità di trattamento tra le forze politiche, è il dato del Governo ad allarmare (40% a luglio nel Tg1, 47% a giugno su Rainews).

Anche il TgLa7, nonostante un certo riequilibrio a giugno e a luglio, mostra nel complesso uno schiacciamento sulle forze politiche della maggioranza e sul Governo; lo stesso che caratterizza, senza soluzione di continuità, SkyTg24.

Siamo consapevoli che il pluralismo politico nell’informazione non può esprimersi attraverso dei numeri, perché informare significa riportare alla collettività la realtà dei fatti con la massima obiettività e imparzialità. Ma è altrettanto vero che, se le percentuali sono sempre le stesse, se determinate forze politiche sono sistematicamente cancellate o sottorappresentate nei telegiornali, nonostante l’intensa attività profusa dentro e fuori dal Parlamento, ciò significa che l’informazione non è sana, significa che esiste una precisa volontà di tutelare gli interessi della maggioranza e del Governo di turno. E così muore la funzione critica, di “contropotere”, che il sistema dell’informazione è chiamato a svolgere in un Paese democratico.

Rispetto alla Rai, noi auspichiamo che i nuovi vertici diano immediatamente un segno della loro volontà di invertire la rotta anche, e soprattutto, in questo ambito. Per il servizio pubblico è l’ultima chiamata.

Un giorno di ordinaria follia in Senato

- Ieri il Senato doveva confermare il parere della giunta per le autorizzazioni a procedere su Calderoli, che è indagato per due reati: diffamazione e istigazione all’odio razziale, dopo gli insulti rivolti all’allora ministro del governo Letta, Cecile Kyenge, definita elegantemente un “orango”.
– Il capogruppo del Pd Zanda ha chiesto però di rinviare il voto.
– Nel frattempo Calderoli ha deciso di ritirare praticamente tutti gli emendamenti (500 mila!) alla riforma costituzionale presentati dalla Lega Nord.
– Si è finalmente votato e indovinate cosa è successo? Il Pd ha salvato Calderoli e lui ha ritirato gli emendamenti della Lega.
– Ma non finisce qui perché poi governo e maggioranza hanno deciso, da un momento all’altro, di catapultare la stessa riforma costituzionale direttamente in Aula saltando il lavoro e il confronto in Commissione Affari costituzionali. Renzi non avrebbe avuto i numeri in commissione per procedere con lo stravolgimento della Carta costituzionale rischiando così lo stallo. E per questo ha puntato direttamente all’Aula forzando regolamenti parlamentari, facendo carta straccia della Costituzione e avviando la stagione del baratto voti/poltrone per assicurarsi il sostegno per le riforme.

Basta mettere semplicemente in successione i fatti che accadono quotidianamente in questi palazzi per rendersi ancora una volta conto di quanto sia distante e lontano questo modo di fare politica dalle reali esigenze e aspettative del Paese. Il Parlamento ridotto a fare da passacarte al governo. Nessuna intenzione di tutelare gli interessi dei cittadini, ma solo i propri. Una casta che cerca disperatamente di salvaguardare i propri affari. Ma il loro tempo sta per scadere. Potete contarci!

A Bagheria, comune M5S, il Question time comunale

Bagheria M5S - Question time comunale - Patrizio Cinque

Un sindaco deve saper ascoltare. Deve saper tenere conto delle critiche, accogliere proposte, non perdere il contatto con la collettività. Questo vale, ovviamente, per tutti i rappresentanti dei cittadini nelle Istituzioni. Ma nei comuni questo tratto distintivo si accentua essendo il comune la pubblica amministrazione più vicina al cittadino.

Quante volte abbiamo cercato di rivolgere una domanda al sindaco o abbiamo provato a confrontarci su una determinata questione di interesse collettivo, senza però ottenere alcun riscontro? Ebbene le cose possono cambiare. A Bagheria, comune amministrato dal M5S, da oggi un cittadino può recarsi in Consiglio comunale e interrogare il proprio sindaco sui problemi della città oppure avanzare proposte. Può chiedere conto dell’operato dell’amministrazione. Il sindaco dovrà rispondere pubblicamente come prevede il nuovo Statuto. Si chiama “Question Time comunale” ed è un nuovo tassello nella rivoluzione di trasparenza e di democrazia diretta che il M5S sta compiendo.
Il cambiamento passa soprattutto dalle piccole, grandi, cose.

A riveder le stelle!