Giancarlo Siani, 30 anni dopo

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Trent’anni fa moriva il giornalista del Mattino Giancarlo Siani, ucciso sotto la sua abitazione a Napoli in un agguato della camorra. Aveva 26 anni. Giancarlo Siani è stato ucciso perché cercava la verità e voleva raccontarla. È stato un “giornalista giornalista” e non un “giornalista impiegato” come ci ha ricordato Marco Risi in un commovente omaggio nel film Fortapàsc. Cosa resta del suo sacrificio? Ripensarci è come aprire una ferita mai davvero rimarginata. Il potere delle organizzazioni criminali si è diversificato e si è esteso. Al sud, ma non solo, si combatte ogni giorno contro le mafie. A Napoli le cronache recenti raccontano dell’ennesima guerra tra clan per il controllo delle piazze di spaccio, una guerra i cui protagonisti sono giovanissimi killer e altrettanto giovani sono le vittime. Una città e un sud dimenticati dove vive chi ogni giorno combatte per poter restare nei luoghi che ama. Il pensiero poi si allarga e abbraccia il nostro vivere quotidiano, il nostro Paese e come questo si trova ad affrontare pilastri della democrazia come la libertà di espressione, il diritto di essere informati, l’indipendenza dei giornalisti. E ti chiedi se davvero il sacrificio di Giancarlo Siani non sia stato vano. Ti chiedi se non abbiamo fatto carta straccia dei suoi sogni, del suo impegno, dei suoi ideali – merce rara di questi tempi- se ancora oggi in Italia si tenta di imbavagliare l’informazione, si processano le idee, le parole contrarie come quelle di uno scrittore; se c’è chi ancora prova a plasmare a suo piacimento l’immagine del Paese.
Noi il sacrificio di Giancarlo Siani non lo dimenticheremo mai, e lavoriamo ogni giorno tentando di seguire il suo esempio.

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