Nessuna deroga per gli appalti RAI

Durante l’esame della riforma Rai al Senato ci siamo battuti per inserire norme in grado di garantire la totale trasparenza degli appalti. Il modo in cui vengono gestite le risorse del servizio pubblico radiotelevisivo, pagato dai cittadini, è infatti un tema cruciale, anche alla luce degli scandali che hanno coinvolto la Rai e che hanno portato, in alcuni casi, a indagini da parte della magistratura.

Ma cosa ha preferito fare il Governo? Anziché prevedere più controlli e più trasparenza, ha deciso di ampliare il numero di appalti che la Rai può affidare liberamente, senza bando pubblico. Tra questi, gli appalti di “commercializzazione di programmi radiotelevisivi”, come ad annunciare che la Rai potrà affidare a una società esterna questa attività, nonostante abbia già una struttura apposita.

Ma c’è un aspetto ancora più grave e inquietante. Il Codice degli appalti già consente alla Rai di affidare alcuni lavori e servizi direttamente, soltanto che, in questi casi, l’azienda è comunque tenuta al rispetto di precisi obblighi procedurali e principi quali l’economicità, l’efficacia, l’imparzialità, la trasparenza.

Bene, nel testo approvato dal Senato a fine luglio, con il colpo di mano del Governo, questi obblighi sono stati eliminati. In sostanza viene introdotto per Rai un regime speciale, un mostruoso regime derogatorio in base al quale l’azienda pubblica potrà affidare decine e decine di appalti senza alcuna trasparenza, imparzialità nella scelta del contraente e limiti economici. Non c’è alcuna giustificazione a tutto questo. Anche gli uffici della Camera dei deputati lanciano l’allarme e suggeriscono di “verificare gli effetti” di questo regime speciale.

La nuova “governance” con il super amministratore delegato nominato dal Governo e gli appalti gestiti in deroga a qualunque principio hanno un minimo comune denominatore: l’idea che il servizio pubblico radiotelevisivo sia un feudo del potere esecutivo, con un uomo solo al comando, nel quale trasparenza e procedure sono visti come un impaccio, non come una garanzia. È questa, più in generale, la loro idea della cosa pubblica e delle istituzioni democratiche.

Noi non ci stiamo e daremo battaglia in commissione affinché sia le regole sulla governance sia quelle sugli appalti siano radicalmente modificate.

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