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Referendum e informazione in Rai: oggi in Vigilanza audizione dell’Agcom

Nelle ultime settimane è stato necessario accendere i riflettori su come la Rai ha informato i cittadini in merito al referendum sulle riforme costituzionali. Da più parti sono arrivate segnalazioni sull’incompletezza dell’informazione fornita dalla tv pubblica. Ho richiesto all’AGCOM tutti i dati sullo spazio che le emittenti hanno dato ai sostenitori del “si” e del “no” e nonostante l’Autorità non abbia fornito dati aggregati (che ho nuovamente richiesto), si è avuta la conferma di ciò che era già evidente a tutti: i sostenitori del “si” hanno ricevuto uno spazio di gran lunga superiore ai sostenitori del “no”, uno spazio abnome.
Oggi ascolteremo in commissione di Vigilanza il presidente dell’AGCOM e i componenti dell’Autorità per fare il punto su questa situazione e avere un quadro preciso dei tempi dedicati al dibattito sul referendum. E’ un tema di centrale importanza. La Rai deve assicurare una rappresentazione seria, equa e imparziale di tutte le posizioni in campo.
Diretta streaming dell’audizione dalle ore 14.00.

Rai e informazione sul referendum: occorre un’inversione di rotta

In questi giorni è stato necessario accendere i riflettori su come la Rai ha informato i cittadini sul referendum. Come Presidente della Vigilanza ho assunto una serie di iniziative che vi riepilogo di seguito. E’ grazie a questi interventi e alla richiesta dei dati all’Agcom che si sta finalmente facendo un po’ di chiarezza:

1. La Rai per legge e per contratto di servizio è obbligata a fornire un’informazione completa e imparziale sulle posizioni favorevoli e contrarie al quesito, anche se formalmente la par condicio referendaria non è iniziata. Per questo motivo nelle scorse settimane l’Agcom ha raccomandato a tutte le emittenti di rappresentare in modo corretto, imparziale e completo il dibattito sulle riforme costituzionali.

2. Subito dopo ho convocato l’ufficio di presidenza della commissione di vigilanza per chiedere formalmente alla Rai di assicurare ai sostenitori del “No” pari voce e dignità, visto l’evidente sbilanciamento a favore del “Sì”. Erano tutti favorevoli alla richiesta tranne il Pd, che ne ha impedito l’approvazione.

3. Nei giorni successivi sono continuate ad arrivare segnalazioni sulla faziosità dell’informazione Rai sul referendum. A quel punto ho deciso di chiedere all’Agcom tutti i dati dalla fine di aprile ad oggi.

4. Due giorni fa finalmente l’Agcom ha risposto inviando i dati che ho subito trasmesso ai commissari della Vigilanza. Il dato fondamentale che avevo richiesto, cioè quanto spazio hanno avuto complessivamente il “Si” e il “No”, curiosamente non è stato indicato. Nonostante questo, le tabelle confermano una situazione che era già evidente agli occhi di tutti: i sostenitori del “Sì” hanno ricevuto uno spazio abnorme, contrario a qualsiasi principio dell’informazione: il solo Renzi ha ottenuto circa il 50% del tempo di notizia sul referendum, un dato agghiacciante!

5. Ho chiesto quindi all’Agcom di inviare di nuovo i dati senza lacune, e ho convocato in Vigilanza i vertici dell’Autorità, che saranno ascoltati mercoledì prossimo, come deliberato dall’ufficio di presidenza.

Basta scuse, basta alibi. Di fronte a questi dati impressionanti la Rai deve immediatamente invertire la tendenza fornendo una rappresentazione seria, equa e imparziale di tutte le posizioni in campo.
In gioco c’è la struttura democratica di questo Paese.

Una legge per cambiare i criteri di nomina dell’Agcom

Il pluralismo politico in Italia è sempre stato in pericolo e continuerà ad esserlo se non si avrà il coraggio di cambiare qualcosa nell’autorità preposta al suo controllo, ovvero l’Agcom.
L’Italia non è solo il Paese dove il servizio pubblico è alla mercé di partiti e governo (e con la riforma Renzi sarà sempre peggio), dove l’unico vero competitor nel settore fa capo all’ex presidente del consiglio Berlusconi, dove il passaggio al digitale terreste non ha determinato un’effettiva moltiplicazione di voci. È anche il Paese dove l’Authority che definisce le regole sul pluralismo nell’informazione, ne controlla il rispetto e infligge le eventuali sanzioni, presenta anomalie che non permettono di svolgere al meglio la propria funzione di garanzia.

I dati sul pluralismo sono sconfortanti, lo verifichiamo mensilmente: la Rai e altre emittenti sono schiacciate su governo e maggioranza e Mediaset fa da megafono alla sola voce del padrone.
Di fronte a un quadro drammatico e a ripetute infrazioni, l’Autorità garante non fa nulla. Si gira colpevolmente dall’altra parte, non intervenendo in alcun modo – neanche di fronte a violazioni eclatanti in campagna elettorale – o archiviando sistematicamente gli esposti. L’ultima archiviazione è quella relativa ai ricorsi presentati dal M5S che ripetutamente su alcune reti del Biscione ha avuto ZERO tempo di parola.

Una situazione insostenibile che si spiega soltanto se andiamo a vedere le modalità di nomina dell’Autorità e l’attuale composizione.
I commissari Agcom sono eletti dal Parlamento senza nessuna maggioranza qualificata. Ciò significa che l’organo di vertice ha un’evidente connotazione politica perché è il riflesso delle dinamiche parlamentari.
L’ultimo consiglio è stato eletto nel 2012 quando la maggioranza di Camera e Senato era nelle mani del Popolo della Libertà. Così due commissari risultano essere di chiara espressione di quel partito mentre gli altri sono stati scelti in base alla solita logica spartitoria. Così il gioco è presto svelato. Come può farsi garante del pluralismo un’autorità strutturata in questo modo, dove a valutare i ricorsi contro Mediaset è proprio un ex funzionario di Publitalia nonché tra i 26 promotori di Forza Italia, ex parlamentare di questo partito ed ex sottosegretario del governo Berlusconi?

Se devono esistere le autorità indipendenti, siano realmente di specchiata indipendenza. Per questo ho deciso di presentare una proposta di legge che modifica i criteri di nomina dei vertici dell’Agcom e che potrà fare da apripista per una riforma organica di tutte le authority.
È ora di voltare pagina.

Pluralismo politico nei tg: segnali di cambiamento?

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Qualcosa sembra cambiare nel panorama dell’informazione, forse anche grazie alle nostre costanti denunce delle gravissime violazioni del pluralismo perpetrate negli ultimi due anni. La principale opposizione del Paese, che nei telegiornali Mediaset è stata per mesi letteralmente inesistente, ha ricevuto nel mese di ottobre uno spazio congruo, al pari di altre minoranze politiche. Vedremo se si tratterà soltanto di una parentesi positiva, aperta magari per evitare delle sanzioni da parte dell’Autorità, oppure se i telegiornali di Mediaset inizieranno finalmente a rispettare i principi minimi dell’informazione.

Anche la situazione del servizio pubblico mostra dei miglioramenti, sebbene nel complesso dell’informazione Rai il tempo del Governo sia ancora stabile intorno al 40%, un dato che origina soprattutto da una certa sovraesposizione dell’esecutivo nei notiziari di Raiuno e Rainews.

Al TgLa7 il Partito democratico continua a godere di percentuali elevate ma va detto anche che il rapporto fra il blocco Governo-maggioranza e le opposizioni è molto equilibrato.

Skytg24, infine, mostra un apprezzabile equilibrio tra le forze politiche, rappresentando anche quelle extraparlamentari, ma continua, al pari del Tg1 e di Rainews, a riservare uno spazio troppo significativo al Governo.

Possiamo dunque cogliere qualche segnale di cambiamento. Il pluralismo nell’informazione, non dimentichiamolo, non è solo una questione di numeri da trattare con cronometro alla mano, ma anche di qualità e di contenuti. Dare più spazio alle opposizioni e ai soggetti politici fuori dal Parlamento, e ridimensionare il soggetto più forte, cioè il Governo, è comunque una condizione necessaria e indispensabile affinché i cittadini possano formarsi un’opinione più libera.

La politica stia lontana dal servizio pubblico

Il Pd è davvero incredibile. Lo stesso partito che qualche mese fa urlava ai 4 venti che avrebbe liberato la Rai dai partiti, smentisce ogni giorno se stesso. E fa esattamente l’opposto.

Prima Renzi ha presentato una riforma della governance del servizio pubblico che tutto fa tranne che rendere la Rai indipendente dall’influenza politica.
Poi ha dato seguito nel modo più classico,insieme agli altri partiti, alla prassi malsana della lottizzazione nominando come consiglieri di amministrazione assistenti di parlamentari e i propri spin doctor di campagne elettorali. Addio indipendenza e competenza nel settore radiotelevisivo. L’unica figura che risponde a queste caratteristiche è Carlo Freccero, votato dal M5S.

Infine, come se non bastasse, sono passati alle accuse e alle intimidazioni attaccando platealmente alcuni programmi di inchiesta e il servizio pubblico.
Lo ha fatto innanzitutto lo stesso premier che si è messo a dare lezioni di palinsesti; in seguito è toccato al presidente della regione Campania De Luca che ha definito “camorrismo giornalistico” il lavoro portato avanti da alcune testate e alcuni giornalisti.

Ieri l’ultima chicca: Michele Anzaldi, deputato del Pd ed ex addetto stampa di Rutelli, ha detto al Corriere della Sera che “c’è un problema con Rai 3 e il Tg3. Ed è un problema grande, ufficiale. Purtroppo non hanno seguito il percorso del Pd: non si sono accorti che è stato eletto un nuovo segretario, il quale poi è diventato anche premier”. E ancora: “il Pd viene regolarmente maltrattato e l’attività del governo criticata”.
Quindi non solo la maggioranza e il premier occupano in ogni ora del giorno e della notte le tv (basta dare un’occhiata ai dati Agcom sul pluralismo), ma pretendono che si parli solo bene di quello che fanno. Dichiarazioni e comportamenti gravissimi, un’ingerenza inconcepibile che non sembra voglia placarsi.

Il servizio pubblico non deve subire pressioni dalla politica. Deve essere indipendente e tutti i rappresentanti dei cittadini in Parlamento, di qualsiasi colore politico, devono lavorare in questa direzione, altrimenti non ha nemmeno senso il ruolo di parlamentare. Ai cittadini non interessa la propaganda che vuole costruire Renzi, non interessano le beghe tra correnti, non interessa che si spettacolarizzi il racconto della politica e della cronaca. I cittadini pagano un canone per ottenere un servizio pubblico che li informi correttamente, che dia spazio alle tante voci della nostra società, che sia dalla loro parte e non dalla parte dei partiti. E’ una questione di democrazia.

La Rai assicuri il servizio pubblico. Noi continueremo a difenderne l’indipendenza e ci batteremo perché possa ricominciare ad essere una fabbrica di cultura e di informazione, e non il megafono di partiti e politicanti.

Nuove leggi sull’informazione – il Fatto Quotidiano 19/09/2015

Di fronte ai dati allarmanti sul pluralismo politico nei tg, l’Agcom non ha fatto e non fa nulla per invertire la tendenza. Eppure ha i poteri per intervenire stabilendo sanzioni e obbligando le emittenti televisive a riequilibrare la presenza delle forze politiche nei telegiornali. I membri dell’Autorità dovrebbero dimettersi ma sia le modalità con cui vengono nominati sia le norme relative alla par condicio andrebbero cambiate e aggiornate nel loro complesso. Ne va del pluralismo e della libertà di informazione. E quindi della democrazia.

La mia intervista al Fatto Quotidiano.

Fatto Quotidiano_settembre 2015_intervista Roberto Fico

Vigilanza Rai / Domani l’audizione di Paolo Garimberti, Euronews

Nella sua relazione annuale, illustrata oggi in Parlamento, il presidente dell’Agcom Cardani è tornato a parlare di servizio pubblico confermando la necessità di individuarne il nuovo perimetro, con riferimento sia all’epoca che viviamo sia alla riforma della governance Rai in atto. Si tratta di un punto su cui battiamo da tempo: una riflessione e un confronto su questo tema non sono più rinviabili. Per questo motivo la commissione che presiedo ha iniziato la scorsa settimana un’indagine conoscitiva sul ruolo e sulle prossime sfide del servizio pubblico radiotelevisivo.

Sono infatti evidenti i cambiamenti che coinvolgono, da un lato, il mercato dell’audiovisivo, dall’altro, le abitudini dei telespettatori. E il Parlamento deve dare il suo contributo in questa discussione non solo rivedendo i meccanismi di nomina dei vertici Rai, ma anche promuovendo un dibattito sulla nuova funzione del servizio pubblico.

È di qualche giorno fa, tra l’altro, la notizia del considerevole aumento delle persone che, nel Regno Unito, non pagano più il canone perché non possiedono più un televisore, dal momento che accedono ai contenuti audiovisivi in rete attraverso altri dispositivi. Da qui la decisione della Bbc di tagliare posti di lavoro e costi di gestione in vista di una perdita di 150 milioni di sterline nell’anno 2016/17.

Cosa accadrà invece in Italia? Quale dovrà essere la nuova missione di servizio pubblico? Come affronterà la Rai i cambiamenti in atto? Ne continueremo a parlare in Vigilanza Rai. Domani ascolteremo PAOLO GARIMBERTI, direttore del consiglio di sorveglianza di EURONEWS. Diretta streaming a partire dalle 14:00.

OPEN TG/Speciale Elezioni: il Governo domina ancora l’informazione

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A dieci giorni dal voto, la par condicio nei telegiornali non si è ancora realizzata. Gli ultimi dati pubblicati dall’Agcom, aggiornati alla settimana 9-15 maggio e ora disponibili sul sito di OPEN TG, mostrano che alcune disparità di trattamento sono state superate, ma restano forti criticità. A Mediaset Forza Italia la fa sempre da padrona, con punte del 43% del totale del tempo dedicato ai soggetti politici. La situazione in Rai è più equilibrata, sebbene Tg1 e Rainews continuino a dedicare al Governo uno spazio significativo. Va ricordato che durante il periodo elettorale il tempo degli esponenti dell’esecutivo deve essere rigorosamente limitato all’esercizio delle funzioni istituzionali, altrimenti è attribuito al partito di riferimento. Da questo punto di vista sono eclatanti le percentuali del Governo nei notiziari La7 e SkyTg24. È vero, infatti, che il TgLa7 ha attuato un forte riequilibrio tra i soggetti politici, ad esempio a favore del M5S, ma questo dato non ha alcun senso se non viene letto assieme a quello degli esponenti governativi, il cui tempo di parola è nettamente superiore a quello di qualunque soggetto politico. Nei periodi elettorali questo non è pensabile. Ancora più grave la situazione a SkyTg24, che da un lato riequilibra i tempi delle forze politiche, dall’altro attribuisce al Governo uno spazio enorme, che va oltre ogni limite di ragionevolezza (36% del tempo di parola, 43% del tempo totale). Passano i mesi, le campagne elettorali, ma il Leitmotiv non cambia: la patologia del sistema dell’informazione televisiva si chiama Governo.

OPEN TG / Governo domina l’informazione in tv. L’Agcom intervenga

Sapete cos’è il tempo di parola? È il parametro utilizzato dall’Agcom per valutare il pluralismo politico nei tg del nostro Paese. Serve a verificare quanto spazio viene dato a partiti e movimenti. Per calcolarlo si prende in considerazione il tempo fruito direttamente da un soggetto politico “in voce”, senza mediazione giornalistica, ovvero attraverso dichiarazioni, interviste, interventi in Aula, conferenze stampa. Bene.

In periodo di par condicio, nell’informazione dei tg il tempo di parola del Governo deve essere ridotto al minimo indispensabile, cioè all’esercizio delle funzioni istituzionali. Se, invece, un esponente del governo parla come soggetto politico, il suo tempo deve essere attribuito al partito di appartenenza. Occorre dunque distinguere in modo rigoroso esercizio delle funzioni istituzionali e attività politica. E non è quello che sta accadendo.

Il premier infatti domina l’informazione televisiva. E con lui, il resto del governo, con conseguente grave violazione delle norme sulla par condicio e quindi del principio di uguaglianza delle opportunità tra i soggetti politici (per questo il M5S ha presentato ieri una serie di esposti all’Agcom).

Qualche esempio: nel primo periodo di campagna elettorale, in tutte le edizioni dei tg Rai, il solo Presidente del Consiglio oscilla tra il 16% (Tg3) e il 23,1% (Tg1) e, sommando il suo spazio a quello del governo, si arriva a un tempo di parola superiore a quello complessivamente attribuito ai 3 principali partiti parlamentari. Una sovraesposizione enorme che si registra anche a Mediaset dove il tempo complessivamente fruito dal Governo supera il 35%. Non va meglio in altre emittenti: da La7 a Sky, tutte amplificano la voce dell’esecutivo.

I dati del monitoraggio fanno chiaramente intendere che gli interventi in voce non siano strettamente collegati all’esercizio delle funzioni istituzionali. L’Agcom deve intervenire con urgenza!

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