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Le larghe intese non si dimenticano mai

Le larghe intese non si dimenticano mai, a maggior ragione se si tratta di salvare in Aula l’uno o l’altro esponente dei partiti uniti. Ieri il Senato, respingendo la mozione di sfiducia del M5S, lo ha fatto con Luca Lotti, ministro dello Sport del Pd, vicinissimo a Renzi, coinvolto nell’inchiesta Consip. In quella occasione Forza Italia, che starebbe all’opposizione, è uscita dall’Aula senza votare.
Oggi invece è stato il turno del senatore Augusto Minzolini di Forza Italia, condannato in via definitiva a due anni e sei mesi per peculato (uso indebito della carta di credito aziendale di cui aveva disponibilità quando era direttore del Tg1). L’Aula di Palazzo Madama ha approvato l’ordine del giorno presentato del suo partito con cui si chiedeva di respingere la delibera della Giunta per le elezioni e le immunità che si era espressa in modo favorevole alla decadenza del senatore. Decisivo sarebbe stato il sostegno anche di senatori della maggioranza: 19 senatori Pd hanno votato con Forza Italia, mentre 24 non hanno proprio partecipato al voto. Il presidente dei senatori Pd aveva annunciato “libertà di voto” per gli esponenti del suo partito.
Ascoltate in questo video come l’Aula del Senato ha accolto la notizia del salvataggio di Minzolini. Urla di esultanza come allo stadio. Ecco cosa succede in questi palazzi, ecco come i partiti si muovono e si aiutano a vicenda per cercare di sopravvivere. Tentativi disperati, disperatissimi, concorderete con me. Alle prossime elezioni il 40% per il MoVimento 5 Stelle sarà poco!

Una legge per cambiare i criteri di nomina dell’Agcom

Il pluralismo politico in Italia è sempre stato in pericolo e continuerà ad esserlo se non si avrà il coraggio di cambiare qualcosa nell’autorità preposta al suo controllo, ovvero l’Agcom.
L’Italia non è solo il Paese dove il servizio pubblico è alla mercé di partiti e governo (e con la riforma Renzi sarà sempre peggio), dove l’unico vero competitor nel settore fa capo all’ex presidente del consiglio Berlusconi, dove il passaggio al digitale terreste non ha determinato un’effettiva moltiplicazione di voci. È anche il Paese dove l’Authority che definisce le regole sul pluralismo nell’informazione, ne controlla il rispetto e infligge le eventuali sanzioni, presenta anomalie che non permettono di svolgere al meglio la propria funzione di garanzia.

I dati sul pluralismo sono sconfortanti, lo verifichiamo mensilmente: la Rai e altre emittenti sono schiacciate su governo e maggioranza e Mediaset fa da megafono alla sola voce del padrone.
Di fronte a un quadro drammatico e a ripetute infrazioni, l’Autorità garante non fa nulla. Si gira colpevolmente dall’altra parte, non intervenendo in alcun modo – neanche di fronte a violazioni eclatanti in campagna elettorale – o archiviando sistematicamente gli esposti. L’ultima archiviazione è quella relativa ai ricorsi presentati dal M5S che ripetutamente su alcune reti del Biscione ha avuto ZERO tempo di parola.

Una situazione insostenibile che si spiega soltanto se andiamo a vedere le modalità di nomina dell’Autorità e l’attuale composizione.
I commissari Agcom sono eletti dal Parlamento senza nessuna maggioranza qualificata. Ciò significa che l’organo di vertice ha un’evidente connotazione politica perché è il riflesso delle dinamiche parlamentari.
L’ultimo consiglio è stato eletto nel 2012 quando la maggioranza di Camera e Senato era nelle mani del Popolo della Libertà. Così due commissari risultano essere di chiara espressione di quel partito mentre gli altri sono stati scelti in base alla solita logica spartitoria. Così il gioco è presto svelato. Come può farsi garante del pluralismo un’autorità strutturata in questo modo, dove a valutare i ricorsi contro Mediaset è proprio un ex funzionario di Publitalia nonché tra i 26 promotori di Forza Italia, ex parlamentare di questo partito ed ex sottosegretario del governo Berlusconi?

Se devono esistere le autorità indipendenti, siano realmente di specchiata indipendenza. Per questo ho deciso di presentare una proposta di legge che modifica i criteri di nomina dei vertici dell’Agcom e che potrà fare da apripista per una riforma organica di tutte le authority.
È ora di voltare pagina.

Riforma Rai, la finta opposizione di Forza Italia

Per la riforma Rai stiamo assistendo in commissione all’ennesima farsa. Altro che indipendenza del servizio pubblico: i partiti sono tutti d’accordo per continuare ad occuparlo. Forza Italia fa finta di fare opposizione. I suoi parlamentari non sono neanche presenti per difendere i pochi emendamenti non ancora ritirati. Stanno consentendo così una rapida chiusura dell’esame della legge in commissione, facendo un favore alla maggioranza e al governo. Il patto del Nazareno non è mai stato così vivo.

Che fine ha fatto il pluralismo politico nel nostro Paese?

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I dati di Open Tg da giugno ad agosto sono allarmanti [da oggi, potete consultarli qui]. Rispetto all’ultimo trimestre analizzato prima della pausa estiva, la situazione non accenna a migliorare.

Nei notiziari Mediaset è precluso il diritto di ogni cittadino ad essere informato, dal momento che alcune forze politiche sono state letteralmente cancellate (al Movimento, per citare un esempio, è stato attribuito il 3% e lo 0% nei mesi di giugno e luglio, rispettivamente da parte del Tg4 e di Studio Aperto), mentre Forza Italia raggiunge livelli di presenza inconcepibili sfiorando anche il 71%. Soltanto il Tg5 tende a salvaguardare un equilibrio, ma esclusivamente tra Pd e Forza Italia.

Negativa la situazione del servizio pubblico, dove, al di là della disparità di trattamento tra le forze politiche, è il dato del Governo ad allarmare (40% a luglio nel Tg1, 47% a giugno su Rainews).

Anche il TgLa7, nonostante un certo riequilibrio a giugno e a luglio, mostra nel complesso uno schiacciamento sulle forze politiche della maggioranza e sul Governo; lo stesso che caratterizza, senza soluzione di continuità, SkyTg24.

Siamo consapevoli che il pluralismo politico nell’informazione non può esprimersi attraverso dei numeri, perché informare significa riportare alla collettività la realtà dei fatti con la massima obiettività e imparzialità. Ma è altrettanto vero che, se le percentuali sono sempre le stesse, se determinate forze politiche sono sistematicamente cancellate o sottorappresentate nei telegiornali, nonostante l’intensa attività profusa dentro e fuori dal Parlamento, ciò significa che l’informazione non è sana, significa che esiste una precisa volontà di tutelare gli interessi della maggioranza e del Governo di turno. E così muore la funzione critica, di “contropotere”, che il sistema dell’informazione è chiamato a svolgere in un Paese democratico.

Rispetto alla Rai, noi auspichiamo che i nuovi vertici diano immediatamente un segno della loro volontà di invertire la rotta anche, e soprattutto, in questo ambito. Per il servizio pubblico è l’ultima chiamata.