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OPEN TG / Governo domina l’informazione in tv. L’Agcom intervenga

Sapete cos’è il tempo di parola? È il parametro utilizzato dall’Agcom per valutare il pluralismo politico nei tg del nostro Paese. Serve a verificare quanto spazio viene dato a partiti e movimenti. Per calcolarlo si prende in considerazione il tempo fruito direttamente da un soggetto politico “in voce”, senza mediazione giornalistica, ovvero attraverso dichiarazioni, interviste, interventi in Aula, conferenze stampa. Bene.

In periodo di par condicio, nell’informazione dei tg il tempo di parola del Governo deve essere ridotto al minimo indispensabile, cioè all’esercizio delle funzioni istituzionali. Se, invece, un esponente del governo parla come soggetto politico, il suo tempo deve essere attribuito al partito di appartenenza. Occorre dunque distinguere in modo rigoroso esercizio delle funzioni istituzionali e attività politica. E non è quello che sta accadendo.

Il premier infatti domina l’informazione televisiva. E con lui, il resto del governo, con conseguente grave violazione delle norme sulla par condicio e quindi del principio di uguaglianza delle opportunità tra i soggetti politici (per questo il M5S ha presentato ieri una serie di esposti all’Agcom).

Qualche esempio: nel primo periodo di campagna elettorale, in tutte le edizioni dei tg Rai, il solo Presidente del Consiglio oscilla tra il 16% (Tg3) e il 23,1% (Tg1) e, sommando il suo spazio a quello del governo, si arriva a un tempo di parola superiore a quello complessivamente attribuito ai 3 principali partiti parlamentari. Una sovraesposizione enorme che si registra anche a Mediaset dove il tempo complessivamente fruito dal Governo supera il 35%. Non va meglio in altre emittenti: da La7 a Sky, tutte amplificano la voce dell’esecutivo.

I dati del monitoraggio fanno chiaramente intendere che gli interventi in voce non siano strettamente collegati all’esercizio delle funzioni istituzionali. L’Agcom deve intervenire con urgenza!

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Ei Towers, vertici indagati

I componenti dell’intero consiglio di amministrazione di Ei Towers risultano indagati per aggiotaggio nell’ambito dell’inchiesta della procura di Milano sull’opas lanciata dalla controllata di Mediaset su Rai Way. Con un post del 25 febbraio avevamo già segnalato alcune anomalie,rilevate anche in un articolo del Fatto Quotidiano. Di seguito vi ripropongo il testo del post:
“L’opa di Ei Towers su Rai Way ha già fatto ricco qualcuno. Quel qualcuno è chi ha rastrellato a gennaio le azioni di Rai Way facendo salire il titolo del 30 per cento con volumi di scambio inimmaginabili per questo tipo di azioni. Qualcuno ben informato che, conoscendo le notizie in anticipo, ha messo in atto la macchina speculativa sul principale asset del sistema radiotelevisivo italiano. Chi ha organizzato i raid in borsa è pronto a mettere a disposizione di Ei Towers la propria quota? O magari chi ha rastrellato i titoli è, in qualche modo, già collegato ad Ei Tower? La Consob deve verificare”.
Non ci sorprendiamo dunque che l’operazione abbia portato a un’indagine come quella in corso. Occorre chiarezza. E non dobbiamo distogliere l’attenzione neanche dal fatto che Ei Towers potrebbe entrare in Rai Way con quote di minoranza. Anche con queste è possibile imporre all’interno della società linee ben precise di gestione dell’azienda e controllarla. Terremo alta l’attenzione.

Una questione democratica non più rinviabile.

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Su ‪OPEN TG sono disponibili i risultati del monitoraggio aggiornati al mese di marzo (consultabili qui: http://www.opentg.it/controlla-i-tg/).
La musica non cambia: Mediaset continua a violare senza soluzione di continuità i più basilari principi del pluralismo politico. I tg della principale emittente privata sono dominati, nell’ordine, da Forza Italia, Partito democratico e Lega Nord, mentre la principale forza di opposizione del Paese è di fatto cancellata dall’informazione.


Rispetto al mese precedente, si sono accentuate le disparità di trattamento anche nei notiziari Rai, dove il Partito democratico è sempre più presente. In tutte le edizioni del Tg1, ad esempio, il Pd sale di 12 punti, ma la presenza di tutte le altre forze politiche è stabile o addirittura ridotta. In generale, nei tg della concessionaria è cresciuto anche il peso del Governo, con ricadute negative sul pluralismo.


Il tg di La7 conferma una forte variabilità dei dati. Tra febbraio e marzo, infatti, vi è stato un riequilibrio tra i principali soggetti politici ed è particolarmente significativa la quota di tempo dedicata alle minoranze e altri soggetti.


Non muta, invece, il copione di Sky Tg 24, dove il Partito democratico e il Presidente del Consiglio la fanno da padroni. Basti osservare che la somma dei tempi goduti dalle due principali forze di opposizione non arriva neppure a sfiorare il tempo dedicato al Pd, nonostante si tratti di tre soggetti politici che dovrebbero essere considerati in modo analogo.


In generale, ci troviamo di fronte ad una situazione di vera e propria sospensione del pluralismo nell’informazione, quindi della stessa democrazia. È da settembre che denunciamo queste gravissime distorsioni, ma l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni non è intervenuta, non si è attivata né ha fornito riscontri ai nostri ripetuti esposti, trincerandosi dietro una sentenza del Consiglio di Stato (che però è del 10 dicembre 2014) secondo cui la par condicio va valutata sotto il profilo qualitativo anziché quantitativo. Così facendo l’Agcom abdica però al proprio dovere di riequilibrio. L’Autorità dovrebbe lavorare per garantire il rispetto del pluralismo, ma resta inerte di fronte a squilibri gravissimi, da sanzionare, che nulla hanno a che vedere con il problema toccato dalla sentenza. È una questione democratica non più rinviabile.

Pubblicità del governo su Mediaset, presentata interrogazione parlamentare

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Si fa presto a dire fine del patto del Nazareno. Un recente articolo del Fatto Quotidiano riporta uno studio della società Nielsen sulle spese pubblicitarie affrontate dal governo in carica e da quello precedente. Secondo il dossier, nel 2013, quando a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta, le reti Mediaset avrebbero raccolto il 10% della pubblicità istituzionale del governo, ovvero circa 540 mila euro in 12 mesi. Si tratta degli spot e delle comunicazioni che ministeri e presidenza del consiglio diffondono abitualmente su tutti i media per far conoscere l’attività dei dicasteri, eventuali nuovi provvedimenti o per approfondire temi di interesse generale. Bene. Da quando c’è Renzi a capo dell’esecutivo, queste cifre sarebbero cresciute in modo esponenziale. Nel 2014 il governo avrebbe infatti acquistato spazi pubblicitari sulle reti del gruppo di Silvio Berlusconi per un totale di 2,5 milioni di euro. Avete letto bene: il 369% in più rispetto all’anno precedente. Giù gli introiti, invece, per web, radio e per altre emittenti private come La 7 e Sky.

Occorre vederci chiaro, anche perché esiste una normativa che stabilisce precisi paletti per l’acquisto da parte delle pubbliche amministrazioni di spazi sui mezzi di comunicazione di massa. Per questo motivo ho presentato uninterrogazione parlamentare rivolta al Presidente del Consiglio dei Ministri. Se, infatti, tali dati fossero confermati, ci troveremmo di fronte a plurime violazioni della legge e a un’evidente ed ingiustificata predilezione del governo nei riguardi di Mediaset. Renzi, infatti, non solo avrebbe destinato il 57% degli investimenti in pubblicità istituzionale a Canale 5, Italia 1, Rete 4 e a tutto l’impero televisivo del Biscione, ma avrebbe anche drasticamente ridotto le campagne informative su internet (500 mila euro a fronte di 1,7 milioni impegnati da Letta), cosa che appare oltremodo contraddittoria rispetto alla stessa strategia di promozione ed utilizzo di internet, tanto declamata dal premier.

Chiediamo, dunque, di conoscere l’ammontare esatto della spesa in pubblicità per il 2014, la ripartizione di tale spesa tra i vari mezzi di comunicazione e la percentuale indirizzata alle reti di Berlusconi, che a sua volta, quando era Presidente del Consiglio, ci aveva già abituati a questo genere di operazioni in una situazione di lampante conflitto di interessi. Ora che Silvio non siede più in Parlamento (grazie al M5S), ci pensa Matteo a tutelarne gli interessi e a non ostacolarne gli affari.

Leggi QUI l’interrogazione al Presidente del Consiglio.

Open Tg, i risultati del monitoraggio a febbraio

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Anche a febbraio, nei notiziari delle reti Mediaset, il pluralismo politico è assente. Potete verificarlo voi stessi collegandovi a Open Tg. Sul sito è infatti disponibile l’aggiornamento del monitoraggio relativo all’ultimo mese. Nei telegiornali trasmessi da Mediaset le disparità di trattamento tra i soggetti politici, già macroscopiche nei mesi scorsi, si sono persino esasperate. In tutte le altre emittenti, invece, sono stati rilevati alcuni lievi miglioramenti, ma il livello di pluralismo resta tuttavia lontano dagli standard ideali. Nei tg Rai c’è stato un parziale riequilibrio dei tempi tra le forze politiche, sebbene il Tg3 continui a sotto-rappresentare fortemente la principale forza di opposizione e Rainews continui ad assegnare al Partito democratico un tempo circa 3 o 4 volte superiore rispetto a quello di forze analoghe come FI e M5S. In generale il blocco maggioranza-Governo tende a dominare l’informazione del canale all-news della Rai (circa il 60%). Piuttosto stabile la distribuzione dei tempi del TgLa7. Infine, appare più sfumata rispetto al mese precedente la tendenza di SkyTg24 a sovra-rappresentare il partito di maggioranza. L’Agcom, lo ripeto, deve intervenire. Nonostante però le ripetute segnalazioni inviate in questi mesi sulla situazione del pluralismo politico in Italia, l’Autorità garante non ha dato ancora alcuna risposta. E’ tempo di farlo. Per consultare i dati completi, cliccate qui.

 

Mediaset / Rai Way – Intervista Corriere della Sera 26/02/2015

‪#‎raiway‬ ‪#‎rai‬ ‪#‎mediaset‬ Il governo sostiene che il 51% di Rai Way rimarrà in capo alla Rai. Ma di quello che dice l’esecutivo guidato da Matteo Renzi non c’è da fidarsi. Se non avesse prelevato 150 milioni di euro alla Rai (canone già versato dai cittadini per il 2014), e non avesse aperto la strada alla quotazione in Borsa della società delle torri, non staremmo qui a discutere dell’opa lanciata da Mediaset. All’inizio si era parlato di collocare una quota minima di Rai Way, poi il 34% ora discutiamo del 49%! Di questo governo, ripeto, non c’è da fidarsi. La mia intervista al Corriere della Sera

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Caso Rai Way – Intervista al Tg2 22/05/2014

Era il 22 maggio 2014 e il Tg 2 mi intervistava proprio sulla questione di Rai Way, che era agli albori e che cercavo di impedire in tutti i modi. E’ di oggi la notizia del lancio dell’opa di Mediaset proprio sulla società delle antenne, un‘operazione che tutti insieme possiamo bloccare! Rai Way gestisce un’infrastruttura di importanza strategica per il Paese. E sempre oggi il pd, che è il complice vero di questa operazione con il suo presidente del consiglio, grida che le antenne devono restare pubbliche…. ma per piacere!

Mediaset lancia l’opa su Rai Way. Si sorprende solo chi non guarda

A maggio, Berlusconi, ospite a “Porta a Porta” mi definì un buffone perché denunciavo la possibilità di un’intesa tra lui e Renzi sulla vendita di Rai Way, la società che possiede e gestisce la rete di trasmissione del segnale radiotelevisivo in Italia. Cosa succede a meno di un anno di distanza? Vi sembrerà strano ma Mediaset punta a comprare proprio Raiway, attraverso la sua società delle torri Ei Towers lanciando un’opa di 1,2 miliardi di euro. Tutto questo può avvenire esclusivamente perché in modo irresponsabile o magari premeditato il governo ha costretto la Rai a fare cassa in tempi rapidi dopo aver tagliato 150 milioni di euro a copertura del decreto Irpef (80 euro) e contestualmente indicando la quotazione in borsa di Rai Way. La strada che si è intrapresa, ai miei occhi, era evidente fin dall’inizio ed è per questo che ho denunciato ovunque questa situazione e le sue drammatiche conseguenze. Oggi tutti i giornali titolano di questa mossa a sorpresa di Mediaset, ma qui si sorprende solo chi non guarda, chi si gira dall’altro lato o chi è complice. Questa è la democrazia: incontrasi in una stanza da soli e parlare di affari ai danni del Paese. L’operazione di trasparenza e di onestà che ha fatto invece il Movimento in quasi due anni di legislatura rimarrà nei libri di storia.
Chi è allora il buffone? Come vedete, il tempo è sempre galantuomo, e in questo caso aggiungerei purtroppo.

Open Tg, lo stato del pluralismo politico a gennaio

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Su Open Tg‬ sono disponibili i risultati del monitoraggio aggiornati al mese di gennaio. Il livello di pluralismo politico nei telegiornali continua ad essere insufficiente. Le disparità di trattamento più evidenti, ancora una volta, riguardano tutti i notiziari di Mediaset, ma anche gli altri tg, salvo alcuni casi, continuano a trattare in modo diverso forze politiche analoghe. In generale va comunque sottolineato un parziale ridimensionamento del blocco maggioritario, che nel mese scorso aveva raggiunto livelli davvero inaccettabili. Di fronte a questo scenario, restiamo sempre in attesa che l’Agcom intervenga per sanzionare le ripetute violazioni della par condicio nei periodi non elettorali che perdurano ormai da mesi.
Per consultare i dati, cliccate qui: OPEN TG

Open Tg, pluralismo inesistente su Mediaset

Anche i dati dell’ultimo trimestre lo confermano: in tutti i tg Mediaset il pluralismo politico è sostanzialmente inesistente. I risultati del monitoraggio Agcom a dicembre non fanno registrare alcuna inversione di tendenza e si attesta quanto emerso nei mesi precedenti. Nel corso del 2014, quindi, Tg4, Tg5, Studio Aperto e Tg Com 24 hanno sistematicamente leso le più basilari norme che regolano la par condicio nei periodi non elettorali.

Leggendo i dati (potete consultarli qui) appare evidente un costante squilibrio nei tempi di parola fruiti dalle diverse forze politiche. Per questo motivo il M5S ha presentato un nuovo esposto all’Agcom, con cui chiede non solo un intervento immediato affinché venga imposto a Mediaset il rispetto dei principi di imparzialità e parità di trattamento, ma anche la doverosa valutazione dei ricorsi inviati nei mesi scorsi che già denunciavano queste inaccettabili violazioni del pluralismo e che, ancora oggi, risultano privi di risposta.

Il Movimento ha interpellato l’Agcom anche per quanto riguarda Rainews24 e SkyTg24. Nel primo caso abbiamo un’informazione che risulta dominata dal blocco maggioritario con i partiti di maggioranza e gli esponenti del governo che, insieme, hanno fruito del 70%, con punte del 75%, del tempo di parola attribuito ai soggetti politico-istituzionali. Su Rainews 24 assistiamo dunque a una grave sotto-rappresentazione di tutte le forze di opposizione, fortemente lesiva del pluralismo politico. In un Paese come la Francia, a cui l’Italia si è molto ispirata per la regolamentazione della par condicio, il tempo di cui oggi può beneficiare nei tg il blocco maggioritario è intorno al 55%. Anche i notiziari del canale all-news di Sky appaiono allo stesso modo schiacciati sull’asse maggioranza-esecutivo e a farne le spese sono, ancora una volta, i partiti di minoranza e quei soggetti politici che non hanno una rappresentanza in Parlamento.

L’Agcom deve fare la sua parte e non restare inerte di fronte a questo stato di cose, nonostante le recenti pronunce del Consiglio di Stato suggeriscano un cambiamento dei parametri di valutazione della par condicio: non solo quantitativi, ma anche qualitativi. Tuttavia, ad oggi, tali criteri non sono stati ancora definiti. Se, da un lato, è sicuramente necessario un ripensamento della normativa vigente, dall’altro è impensabile che nel frattempo si sospenda l’analisi del pluralismo politico nell’informazione nei periodi non elettorali e si rinunci all’applicazione delle sanzioni previste dalla legge. L’Autorità ha il dovere di intervenire per ripristinare immediatamente una situazione di effettivo equilibrio. Ne va della qualità democratica del nostro ordinamento.