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Ddl governativo sulla Rai bloccato al Quirinale

Un-nuovo-ddl-del-governo-potrebbe-prevedere-labolizione-del-canone-Rai-670x280 A distanza di quasi tre settimane dall’annuncio della sua approvazione, il Governo non ha ancora presentato alle Camere nessun disegno di legge di riforma della Rai. Così facendo il Governo paralizza l’attività del Parlamento. Dal 3 aprile circola una bozza del disegno di legge, ma non sappiamo dove si sia arenata. Le ipotesi del ritardo possono essere diverse: il Governo ha fatto circolare la bozza senza aver ancora definito alcuni aspetti della riforma; oppure c’è qualche disaccordo tra i ministri competenti, ipotesi ventilata da alcuni organi di stampa; oppure ancora il testo è stato bloccato dal Quirinale.

L’articolo 87, quarto comma, della Costituzione, infatti, stabilisce che il Presidente della Repubblica deve autorizzare la presentazione alle Camere di qualunque disegno di legge governativo. E in effetti, la bozza che circola dal 3 aprile lascia piuttosto sconcertati. Per diverse ragioni, ci auguriamo che Mattarella non ne autorizzi la presentazione alle Camere e chieda al Governo di revisionare alcuni punti:

1) la procedura di nomina del consiglio di amministrazione viola gli indirizzi del Consiglio d’Europa in materia e, soprattutto, la costante giurisprudenza della Corte costituzionale (da ultimo, la sentenza n. 69 del 2009), secondo cui è indispensabile che gli organi direttivi del servizio pubblico radiotelevisivo non siano “direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante del potere esecutivo”. Il ddl governativo contraddice apertamente questo basilare principio dell’ordinamento. Sia perché prevede un protagonismo del Consiglio dei ministri persino nella stipulazione del contratto di servizio e nella determinazione delle relative linee-guida, sia, soprattutto, perché due consiglieri di amministrazione su sette sono di nomina governativa, così come di estrazione governativa è l’amministratore delegato, dotato di poteri particolarmente penetranti. Ma attenzione, il rischio concreto è che addirittura 6 consiglieri su 7 possano essere espressione del blocco Governo-maggioranza (v. punto successivo).

2) oltre ai consiglieri e all’ad di nomina governativa, il ddl prevede due consiglieri eletti dalla Camera dei deputati e due eletti dal Senato della Repubblica, con il voto limitato. Tale metodo deve essere apertamente contrastato per due ragioni, una di carattere teorico, l’altra di carattere etico-politico. In primo luogo, occorre specificare che il voto limitato, storicamente concepito a tutela delle opposizioni, rischia di essere totalmente inefficace nel contesto politico-parlamentare italiano, caratterizzato da una pluralità di minoranze, difficilmente disponibili al coordinamento. Infatti, stando all’attuale composizione della Camera dei deputati, la maggioranza parlamentare, forte del premio elettorale, sarebbe praticamente sicura di eleggere entrambi i consiglieri di amministrazione suddividendo le proprie preferenze tra due nominativi (185 voti e 185 voti), consapevole del fatto che nessuna altra forza parlamentare sarebbe in grado di superare quella soglia. A prescindere dalla sua “funzionalità”, il metodo del voto limitato non è comunque coerente con il senso di votazioni concernenti organi di garanzia. L’elezione di autorità o istituzioni indipendenti, per definizione, non può rispondere a logiche di spartizione e lottizzazione (1 a te, 1 a me), ma impone esclusivamente la ricerca delle competenze e delle qualità più elevate. È per tale ragione, ad esempio, che nella proposta di legge A.C. 2922 del Movimento 5 Stelle si prevede che ciascuna Camera elegga due componenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni con la maggioranza più elevata possibile (quella dei due terzi), anziché con il vigente voto limitato. Tali problematiche devono essere opportunamente prese in considerazione per le loro immediate ricadute sul sistema delle garanzie costituzionali, anche alla luce dell’iter di riforma della legge elettorale. 

3) alcune disposizioni appaiono incomplete, redatte con un linguaggio sciatto, e non mancano ripetizioni o possibili incongruenze normative. Solo due esempi: a) dal tenore letterale dell’articolo 2 si evince che l’amministratore delegato è nominato all’esterno del consiglio di amministrazione e si aggiunge ai sette consiglieri. Non viene tuttavia specificato se egli faccia parte del consiglio di amministrazione, come sarebbe lecito immaginare trattandosi di una società per azioni. In questo caso però ci troveremmo di fronte ad un consiglio di amministrazione di numero pari, e allora occorrerebbe specificare le modalità di assunzione delle deliberazioni, a meno che non si concepisca il cda come organo di mera ratifica delle decisioni dell’ad; b) non si comprende perché l’articolo 3 del ddl si preoccupi di ripetere quanto già specificato dal decreto legislativo n. 163 del 2006, ovverosia che alcune tipologie di contratti conclusi dalla Rai, quelli aventi ad oggetto lo svolgimento dell’attività radiotelevisiva, oppure quelli al di sotto della soglia comunitaria, sono escluse dall’ambito di applicazione dello stesso decreto;

4) gli articoli 4 e 5 del ddl prevedono due deleghe al Governo, una per la revisione del canone di abbonamento, l’altra, indicata in rubrica come di mero riassetto, ma in realtà di riforma del Testo unico dei servizi di media audiovisivi. Un aspetto gravissimo delle deleghe in esame è costituito dalla debolezza, per non dire inesistenza, dei principi e criteri direttivi. I quali appaiono indefiniti, oppure individuati per relationem alla legge di delega n. 112 del 2004, oppure ancora confusi con la “materia” e l’”oggetto” della delega stessa. In entrambi i casi si tratta di deleghe incompatibili con il modello delineato dall’articolo 76 della Costituzione.

Un testo del genere non può ricevere la cosiddetta “bollinatura” del Quirinale. È infatti l’ennesimo esempio di come, per la smania di correre, il Governo della finta velocità partorisca testi di pessima qualità, per giunta paralizzando l’attività del Parlamento.

Consulta, i candidati del Movimento 5 Stelle

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Abbiamo scritto una lettera a Renzi per votare già oggi i due giudici della Corte Costituzionale. Il M5S è l’unica forza politica ad avere reso noti i nomi dei propri candidati chiedendo ai partiti di fare altrettanto. In occasione delle precedenti votazioni la nostra azione ha portato all’elezione della professoressa Silvana Sciarra e a sbloccare i lavori del Parlamento, confermando ancora una volta l’efficacia del metodo della trasparenza e della condivisione.
Rendere pubblico un nome o una rosa di nomi con anticipo rispetto alla votazione è stato un successo per la democrazia e per la trasparenza in questo Paese che risulta al primo posto in Europa per corruzione. Riteniamo che farlo anche oggi porterebbe le forze parlamentari ad un’ampia condivisione. In questo modo si arriverebbe all’elezione dei giudici con la più ampia maggioranza fin dalla prima votazione, nel rispetto dello spirito della Costituzione ed evitando la paralisi dei lavori di entrambe le Camere. È con lo stesso spirito di condivisione e trasparenza che sottoponiamo oggi la nostra rosa di candidati e siamo pronti al confronto:
Franco Modugno (professore emerito di diritto costituzionale, Università “La Sapienza” di Roma);
Silvia Niccolai (docente ordinario di diritto costituzionale, Università di Cagliari);
Felice Besostri (avvocato cassazionista, Foro di Milano).

Intervento a “In 1/2 ora” di Lucia Annunziata – Rai 3 01/03/2015

Al di là di tutto mi sento sempre di ringraziare per l’affetto che questo gruppo parlamentare e tutto il movimento ricevono costantemente! Sarebbe impossibile andare avanti senza.  Lo sapete che insieme a voi andremo fino in fondo. Non molleremo mai! Stando ai commenti che sto ricevendo sembra che ieri sia andata bene! Grazie, ci proviamo in tutti i modi.

Riforma Rai – Tg2 22/02/2015

Da sempre ci battiamo per una Rai libera da pressioni politiche. La riforma della governance è necessaria ed è materia del Parlamento. Non è ipotizzabile un decreto. Il M5S ha elaborato la propria proposta di legge che chiude un’epoca, quella della lottizzazione dell’azienda radiotelevisiva pubblica da parte dei partiti. Nei prossimi giorni la presenteremo. Stay tuned.

La riforma della Rai è materia del Parlamento

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Siamo allo solite. Renzi fa molta confusione, in modo probabilmente premeditato, per fare la sua consueta propaganda. Secondo il Corriere della Sera il premier si sarebbe stupito della “bocciatura” da parte della commissione di Vigilanza Rai del piano di riforma news proposto dal direttore generale Gubitosi e sarebbe intenzionato a presentare un decreto legge per sottrarre la Rai dalle mani dei partiti e per riformare la governance. Il governo avrebbe smentito. Ma facciamo comunque ordine. La commissione di Vigilanza, espletando una delle sue principali funzioni, ha approvato una risoluzione che non boccia in alcun modo il piano di Gubitosi, ma lo integra in alcuni punti per migliorare il progetto di riorganizzazione dei tg nell’interesse esclusivo del Paese. Questo è il ruolo del Parlamento, che Renzi probabilmente ignora o a cui è allergico. Vi riporto di seguito alcuni passaggi dell’atto di indirizzo della Vigilanza, ricordando, inoltre, che è stato votato anche dal Partito Democratico:

“la commissione ritiene assolutamente necessario incoraggiare l’accelerazione di un processo non più rinviabile di riforma dell’informazione del servizio pubblico televisivo volta non solo a evitare sprechi e duplicazioni e a promuovere necessarie sinergie tra le attuali testate giornalistiche, ma anche a favorire nel contempo un aumento della qualità e della diversificazione dell’offerta e a consentire una migliore razionalizzazione delle risorse umane della Rai, attingendo quanto più possibile alle professionalità esistenti all’interno dell’azienda, così da ridimensionare il ricorso a risorse esterne;

che ritiene utile procedere ad una revisione del progetto di riposizionamento dell’offerta informativa della Rai nel nuovo mercato digitale con l’obiettivo di garantire il pluralismo e l’identità editoriale delle singole testate giornalistiche e un loro adeguato raccordo con le reti di riferimento finalizzato anche alla valorizzazione di mercato, e ad assicurare un rafforzamento dei principi di oggettività, imparzialità, completezza e lealtà dell’informazione che devono indiscutibilmente connotare il servizio pubblico;

a valutare la possibilità di introdurre per la nomina dei direttori delle testate giornalistiche procedure trasparenti che prevedano la pubblicazione sul sito dell’azienda di un avviso pubblico rivolto sia ai propri dipendenti sia a professionisti esterni alla Rai, cui sia data la più ampia pubblicità. L’avviso pubblico dovrà contenere, tra i requisiti richiesti, il possesso di una pregressa esperienza giornalistica di eccellenza, che attesti la fondata capacità potenziale ad assumere la direzione di una testata giornalistica e dimostri capacità innovative e apertura alle esigenze della modernità. Gli organi competenti potranno poi procedere alla nomina, secondo le vigenti disposizioni normative, sulla base di una valutazione comparativa dei curricula trasmessi”.

Non si può procedere ad una riforma della governance della Rai per decreto legge esautorando il Parlamento in una materia che è propria del Parlamento. Nè eliminare ogni tipo di discussione in questa sede per poter gestire velocemente le nuove nomine del consiglio di amministrazione che dovranno essere fatte da qui a breve. Il Presidente della Repubblica non potrà far finta di niente e sottovalutare questo aspetto. Mattarella dovrà difendere l’autonomia del Parlamento e far rispettare le sue prerogative. In occasione del suo discorso di insediamento sottolineò l’importanza del servizio radiotelevisivo pubblico. Ci aspettiamo che dia seguito a quelle dichiarazioni.

Il Movimento 5 Stelle si batte da sempre per il pluralismo dell’informazione e per una Rai libera dalle pressioni politiche, libera da quel sistema di lottizzazione che, negli anni, tutti i partiti, da destra a sinistra, hanno attuato. Tutti, tranne il Movimento. Una strada chiara porta ad obiettivi chiari sempre. Renzi fa solo confusione per intorbidire le acque e portare avanti interessi di parte, non certo quelli del Paese.
La riforma della governance della Rai del Movimento 5 Stelle ha come obiettivo quello di spezzare il filo che finora ha legato i partiti alla principale azienda culturale del Paese. La proposta è pronta. E a breve sarà presentata in Parlamento.

Il presidente Mattarella a Palermo con l’aereo di linea

UpkPfA5XLjhbSFYHFKyZJD5k+T1WUSqr3BKm60mhWus=--Oggi il Presidente della Repubblica ha dato un buon esempio e questi esempi vanno valorizzati. Per recarsi a Palermo Mattarella ha scelto un volo di linea dell’Alitalia insieme ad altri 200 passeggeri. È un esempio di normalità e di sobrietà nell’uso delle risorse pubbliche che fa bene al Paese e che si contrappone alla boria e alla cattive abitudini del Presidente del Consiglio che opta per l’aereo di Stato per andare a sciare con la famiglia a Courmayeur con un costo di 9000 euro l’ora. Del resto cosa ci si può aspettare da uno che di notte, da solo come un ladro vuole cambiare la Costituzione? Proprio niente. Spero che il Presidente della Repubblica dia moti altri buoni esempi primo fra tutti quello di osteggiare il metodo vergognoso con cui vogliono approvare le false riforme costituzionali.

Il M5S chiede di discutere urgentemente il ddl anticorruzione. Ma i partiti votano no

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Al Senato il Movimento 5 Stelle ha chiesto di discutere con urgenza il ddl anticorruzione, fermo ormai da nove mesi. Lo abbiamo richiesto anche alla luce del discorso fatto dal presidente Mattarella che ha ricordato ieri in Aula l’importanza della lotta alla corruzione. Eppure, come potete ben vedere, gli stessi partiti che ieri hanno applaudito le parole del Capo dello Stato, hanno respinto la nostra richiesta, ad eccezione di Sel e del gruppo Misto. Il pacchetto anticorruzione, che include anche le nostre proposte, punta a reintrodurre il reato di falso in bilancio, ad inasprire le pene per corruzione e concussione e a sospendere i termini di prescrizione. Una priorità per il Paese. Speriamo che i partiti se ne rendano finalmente conto e che, dopo gli applausi, arrivino i fatti